“Signori si nasce, e io lo nacqui”

Nell’appartato “attori comici” vogliamo proporvi un quintetto emblematico del cinema italiano.
Non abbiamo esitato a fare un passo indietro nel tempo, perché, per un italiano, parlare di comicità è sinonimo di Totò, o come non ricordare il macchiettista Alberto Sordi, Albertone, e i suoi personaggi biechi e meschini? A queste due figure eccezionali del cinema italiano, affianchiamo una generazione più “giovane”, che presenta punti in comune con i due “mostri” della commedia all’italiana: a Totò avviciniamo un altro napoletano d’hoc, Massimo Troisi, e ad Alberti Sordi un romano, suo erede artistico, Carlo Verdone. La nostra idea è quella di una piramide alla cui base ci sono i “sacri”, ovvero Totò e Albertone, uniti a loro, rispettivamente Troisi e Verdone, per provenienza, per stile e perché i due “grandi” costituiscono il loro punto di riferimento indiscutibile, da cui attingere i propri personaggi. Sulla cima della piramide troneggia Roberto Benigni, il più internazionale dei comici italiani, il grande amico comune, il quale, nelle sue recitazioni, rappresenta una sintesi dell’idea di comicità all’italiana: geniale, sacrilega, dolce, divertente, macchiettista, amara, malinconica. Che cosa sia la comicità, o cosa faccia ridere sembrano domande ovvie, quasi banali, ma non da facile risposta. Che c’è di meglio se non le parole di coloro che, alla comicità, hanno dedicato gran parte della propria vita? Vi proponiamo che cosa ne pensano Totò e Roberto Benigni, due figure così diverse, ma entrambe tanto amate dal pubblico. Roberto Benigni presenta, seppur con parole e modi di esprimersi così diversi, un’analogia con la definizione di Totò.

Benigni sostiene, come se si trattasse di un romantico: «[...]i comici sono zuppi d’amore, non si chiede a’ comici di essere anche saggi, [...]. Bisogna proteggerli i comici, perché sono come santi, sono un regalo del Cielo. Scusate questo spot per la categoria a cui sogno di appartenere. I comici sono una cosa bellissima, loro infrangono le regole, fanno quello che gli pare, sono viziati come dei bambini, ricchi d’amore, non gli importa nulla, si farebbero ammazzare per quello che amano. Contrabbandieri senza licenza, hanno il potere di far piangere e ridere: il potere più grosso del mondo. Bisogna baciarli, volergli bene perché è un fatto d’amore [...]. Non li si può imprigionare. Non c’è verso di tenerli boni». Il giullare Benigni è ben lontano dalla sobrietà, schiettezza, e forse, addirittura risentimento (probabilmente per l’esperienza vitale) di Totò, ma, in fondo l’idea ci si avvicina. Secondo le parole di Totò: «Io so a memoria la miseria, e la miseria è il copione della vera comicità. Non si può far ridere, se non si conoscono bene il dolore, la fame, il freddo, l'amore senza speranza.... e la vergogna dei pantaloni sfondati, il desiderio di un caffelatte, la prepotenza degli impresari. Insomma non si può essere un vero attore comico senza aver fatto la guerra con la vita». Questa la definizione del principe Antonio De Curtis, in arte Totò.
L’attore era di Napoli, del rione Sanità, uno dei quartieri più emblematici e, al tempo stesso, più degradati della città (come figlio naturale sarà riconosciuto in un secondo momento dal padre, nobile). I film di Totò, i suoi modi di dire, i suoi personaggi, quella maschera così peculiare che lo ha reso famoso, insomma un costume, quello di Totò, che riesce ad essere del tutto originale e nasce dal bisogno e dalla miseria. Un costume buffo che dava la possibilità al comico di essere riconosciuto subito; e quella faccia che sarebbe poi diventata l'elemento fondamentale del suo aspetto. Racconta il comico: "Il mio guardaroba era scarsissimo e così dovetti accontentarmi di quello che ero riuscito a trovare: una “sciammeria” o “fracchesciasse”, una specie di frac largo e lungo, un paio di pantaloni a 'zompafosso' corti e ridicoli, che mettevano in mostra dei pacchiani calzini a righe colorati e la bombetta. Mi mancava la cravatta: presi un laccio da scarpe e me lo annodai al colletto della camicia. Fu un'idea geniale". Totò aveva nella faccia il suo grande alleato di successo, una faccia che, in un certo senso, si fece da solo, modificando quella che gli aveva dato madre natura. La forma del naso gli fu modificata da un pugno ricevuto da un compagno, mentre la deviazione della mascella, mobile e disarticolata, come in fondo tutto il corpo, la ottenne con estenuanti esercizi davanti allo specchio. Il risultato fu una particolare forma asimmetrica: con il naso ed il mento tendenti esageratamente a destra, con gli occhi allineati su due assi diversi e pronti ad agire indipendentemente, con la bocca costretta a seguire l'andamento del mento per cui, partita bassa sulla parte sinistra, finiva per impennarsi al centro e nella parte destra fino a disegnare una punta parabolica.

Nel libro Totò Vincenzo Mollica afferma : «Totò è un continente che non si finisce mai di percorrere perché è una miniera di sorprese. La sua personalità poliedrica ha lasciato tracce affascinanti che sono piacevoli da percorrere e custodiscono sorprese, simili a quelle di un mago che ha giocato la sua vita gomito a gomito con l'arte dello stupore [...]. Il segreto dell'arte di Totò è misterioso e possiede sprazzi di anarchia difficili da codificare. L'uomo che sapeva far ridere, ma anche piangere a comando, in fondo era malinconico e amava la solitudine. Questa parte nascosta della sua arte Antonio De Curtis la esprimeva soprattutto attraverso le poesie e le canzoni, in maniera sincera, senza cadere nelle trappole della retorica».
In Totò ci sono i modi di dire, quelle espressioni tipiche che lo relegano inconfondibilmente in una realtà partenopea. E Napoli è uno dei punti in comune con Massimo Troisi, il quale, sia nel cinema che nel teatro, vede nella città un personaggio protagonista: Napoli è sempre presente, e le grandi battute dell’attore fanno parte di quei cliché che appartengono al vissuto collettivo di una città allegra, incredula, bella ma spesso senz’anima, troppo rassegnata e sopraffatta dalle ingiustizie, e allo stesso tempo ottimista. E forse, proprio per superare tanti stereotipi della tradizione napoletana, Troisi si danna e attacca tutte le strutture depositarie di questa cultura, perché un suo cruccio era appunto oltrepassare quei limiti geografici che lo tormentano.
Infatti alle spalle della produzione teatrale di La Smorfia (gruppo formato da Troisi e due amici conterranei, Lello Arena e Massimo Decaro), si trova un'abile fusione di vecchio e nuovo: si attinge alla più grande tradizione del teatro napoletano, rivisitandola in chiave moderna e innovativa con la sperimentazione e con le idee trasgressive. Molto più che esilaranti sketch comici, infatti, il trio di La Smorfia mette in scena schegge di commedia classica, tra satira e parodia; presenta brevi scene, atti unici o monologhi in cui si ha una commistione di linguaggi (da quello verbale a quello mimico-gestuale) e generi diversi che vanno dalle sceneggiate e farse in vernacolo, al varietà e al cabaret televisivo. Nel tipico stile di Troisi si ironizza su tutto, dalla religione alle tematiche sociali più disparate, ma soprattutto sulla stessa comicità. In ogni gag, in ogni monologo, c'è sempre l'intento di rifuggire dal luogo comune, dai cliché della napoletanità tradizionale, da 'o sole, 'o mare, 'o mandulino. Ma allo stesso tempo, Troisi non poteva rimanere indifferente a Pulcinella, la maschera napoletana per eccellenza: il personaggio è, però, riveduto, corretto e reinterpretato. Il Pulcinella di Troisi consiste soprattutto in quei tipici discorsi balbettanti, in quelle frasi monche, in quella gestualità vivace e pittorica accompagnati da movimenti goffi e impacciati.

L’altro binomio è costituito dai romani Alberto Sordi e Carlo Verdone. Nel ricordo di Alberto Sordi, Verdone sottolinea come Alberto Sordi possa essere considerato un’efficacissima “maschera della Commedia dell’arte”: una maschera naturale, facile da leggere e molto buffa, proprio perché faceva tanto ridere. E proprio la maschera di Albertone è testimone di circa cinquant’anni di storia: ha scandito, infatti, circa mezzo secolo di storia dell’Italia, dal dopoguerra alla ricostruzione, dalla ripresa economica al boom, per poi affrontare i temi e i problemi di una società che si ritrovava in un ribaltamento dei suoi valori culturali, etici e politici. Ovvero cinquant’anni di osservazioni di un comico su una realtà che muta rapidamente, e l’attore, grazie ai suoi personaggi, si dimostra un opportunista pronto a cambiare, a seconda della situazione. Albertone il vigliacco, il cinico, il provinciale, il cialtrone, il nullafacente approfittante che fa una pernacchia ai lavoratori. Insomma quel faccione rappresentava l’eroe piccolo borghese di emblematica negatività.

Cominciò la sua carriera come doppiatore del mitico Oliver Hardy, per poi diventare nell’immaginario collettivo quel giovanotto petulante, catastrofico, ingenuo nella sostanza, ma involontariamente maligno nella forma, addirittura disposto a deformare quella realtà italo-romanesca che lo ha sempre circondato. “In viaggio con papà” (1982), i due attori interpretano un padre e un figlio Sordi, e il papà-Sordi (il personaggio coincide con l’uomo), in maniera malinconica, con quella vena malinconica indissolubile dalla comicità, dimostra la sua stanchezza per il continuo evolvere di una società con cui, ormai, non riesce più a stare al passo e, stanco, conclude una serata riflettendo amaramente: «Oggi far ridere è veramente un’impresa, e lo sai perché? Perché non c’è più il senso del ridicolo. Guardati attorno... So tutti mostri! Ma chi ce fà più caso?...»
Insieme a queste due coppie di attori troneggia la figura del comico d’eccezione del cinema italiano, con riconoscimenti per il suo lavoro anche all’estero, Roberto Benigni. E lo ricordiamo accanto al suo amico Massimo (Troisi, a cui renderà anche un tributo dopo la sua morte), nel film “Non ci resta che piangere” (1984), in cui la comicità spontanea, l’allegria e l’immediatezza sono il vero e unico filo conduttore, che si presenta con una continua fusione tra antico e nuovo, il rincorrersi della novità con i grossi retaggi del passato, e, come no, l'alternanza tra due modi di concepire la Napoli di Troisi, ma soprattutto i napoletani, con il grande aiuto questa volta del giullare Benigni. Nel film non sono pochi i retaggi comici, presi a prestito dai grandi del passato.

La coppia Troisi-Benigni riprende la mitica lettera del film di "Totò, Peppino e la malafemmina" (1956), uno dei momenti più esilaranti della comicità del cinema italiano: gli elementi di maggiore similitudine sono: l'improvvisazione, che è la chiave di un tipo di espressione estremamente duttile, la versatilità e la padronanza del proprio modo di essere attori. Anche la recitazione usata dalle due coppie comiche è molto simile, retaggio del teatro di varietà nel caso di Totò e Peppino e del cabaret, nel caso di Troisi e Benigni. C'è, in questa coppia, una grande spontaneità ed un tipo di approccio diretto con il pubblico, che percepisce di meno che si tratta di una "performance" e si diverte più di quanto non avvenga trovandosi di fronte a meccanismi narrativi comici pre-programmati. Un film in cui le risate sono garantite.

E poi c’è il Benigni di oggi, quel genio comico, ma sempre con gli stessi abiti, la stessa irruenza, la stessa malinconia e la stessa meravigliata incredulità che continua a fa ridere alla stessa maniera, per le stesse cose, contestando, in maniera dissacrante, una società che, nonostante i cambiamenti, rimane sempre incompleta, ma bella, come la vita.